The Story

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THE STORY

Mi sono avvicinato alla musica alla fine degli anni 70 con i dischi che trovavo in casa. Me ne ricordo alcuni di mio zio più legati alla disco-music, come Donna Summer, Giorgio Moroder, Santa Esmeralda, poi quelli di mio padre, jazz e cantautori italiani: un primo Lucio Dalla, DeAndre’, Gaber, ed infine arrivarono i fantastici Beatles di mia madre.

Iniziai a sperimentare con una vecchia chitarra che avevo in casa, che percuotevo come se fosse un bongo mentre giravo dischi a caso. Con il tempo trasformai camera mia in una piccola discoteca, attaccando ai fili delle casse delle piccole lampadine che si accendevano e spegnevano a intermittenza. Così iniziai a giocare e sognare a tempo di musica…

Non ci volle poi molto da quando sentii un enorme voglia di suonare la batteria, così mi costruii delle bacchette con pezzi di cornici che mio padre usava per i suoi quadri e iniziai a battere su qualsiasi cosa mi capitasse a tiro.

Erano gli anni 80, i soldi non erano tanti e le batterie erano carissime per la mia famiglia, ma con non poche difficoltà finalmente riuscii a comprarmi una “vera” batteria. Iniziai a suonarla di continuo seguendo i dischi che ascoltavo: ToxidoMoon, Police, le prime  produzioni soliste di Peter Gabriel, i Cure, i Kiss.
Durante il primo anno al Liceo scientifico feci le prime esperienze live con qualche gruppo (Side winders, Know how e Stranaeco). Ma il Liceo mi stava stretto, così mi trasferii all'Istituto d’Arte di Porta Romana, bacino della musica fiorentina e di gran parte delle teste matte cittadine. Attaccai un foglietto nei corridoi della scuola, dove dicevo che cercavo un gruppo con cui suonare la batteria. Si presentarono gli Iron Mould, una delle pochissime Glam rock band esistenti in Italia, ed iniziai a suonare con loro.

Mi ritrovai così catapultato nella scena rock metal fiorentina, che era molto viva in quel periodo. Con i ragazzi del gruppo girellavamo per le cantine dove nasceva tutta la musica d’allora. L’odore di muffa e di umido nutriva i riff delle  chitarre e i veloci tempi con la doppia cassa dei magri batteristi del tempo. Andammo ad ascoltare le prove dei Sabotage e dei Bad Toys, e i concerti dei Death SS, dei Rollerblade e molti altri ai teatri Sms di Rifredi, Us Africo e all’Everest del Galluzzo.
Decidemmo di ripulire una cantina che si trovava sotto casa mia in Corso dei Tintori, svuotandola dai residui dell’alluvione del ’67, per creare il nostro “quartier generale”. Iniziammo a esibirci in quei piccoli teatri con il nostro repertorio Glam rock. Amavamo i Kiss, gli Wasp, i Motley Crue e i Van Hallen; quando usciva un nuovo disco correvamo a comprarlo e ci riunivamo per ascoltarlo in religioso silenzio; la sera ci incontravamo allo Scacco Matto a bere birra e a parlar di musica… Ero diventato un vero metallaro.

In quegli anni esistevano fazioni musicali distinte e non compatibili: i metallari odiavano i darkettoni e questi i  paninari e viceversa. C’erano diversi modi di vestire e luoghi dove incontrarsi ben definiti, il motto sembrava fosse: "nessuna globalizzazione”, anzi idee musicali e stili di vita ben separati da non mixare, altrimenti erano guai.

Poi arrivò l’invasione dei synth, la New Wave e l’elettronica che mi trascinarono in un vortice di nuove esperienze.
Ricordo perfettamente la prima volta che andai al Tenax per fare il provino per suonare con i Neon. Avevo poco più di 16 anni e il suono che sentii era qualcosa di totalmente nuovo, sembrava un suono arrivato direttamente dallo spazio, uno spazio oscuro ed elettronico… Lo accolsi e quel suono mi cambiò la vita.

Da quel momento iniziai a riflettere su quanto possa essere pericoloso e limitante confinarsi in un solo genere. Capii in seguito che lo stesso vale per tutti i tipi di musica, compresa la house e la techno: se non ci fossero stati altri generi musicali a contaminarle il risultato non sarebbe la musica dance che abbiamo oggi. Penso che confinarsi in un solo genere equivalga a suicidarsi.

Si può trovare qualcosa di buono ovunque, così come si trova anche tanta merda, ma credo che il vero compito di un Dj sia di proporre il meglio da tutta la musica che ascolta, come fosse un viaggio sonoro verso mete sempre nuove. Altrimenti il mio lavoro sarebbe una noia mortale.

Negli anni 80 "esplosero" i club fiorentini: il Kgb, il Plaigine, il Rock Caffè, la Capitale Dark Station, il Backdoors e il Sicurcave… Gli anni 80 regalarono l’illusione che tutti avessero la possibilità di urlare le proprie idee e sensazioni liberamente, con la musica o con qualsiasi altra forma artistica. Anche se non eri un cantante, un musicista o un pittore, bastava aver qualcosa da dire e avresti trovato il modo e il luogo per farlo.

In quel periodo ero presissimo dalla batteria: suonavo 6/7 ore al giorno e con la 126 bordeaux della mia mamma andavo ogni settimana a Milano a prendere lezioni di batteria. Incuriosito dal mondo della notte, dai concerti, dalle performance fatte nei piccoli locali fumosi mi lasciavo rapire. Poco dopo iniziarono i primi tour con i Neon in Francia, Spagna e Olanda, fino al tour in Russia e gli anni 80 in un soffio se ne andarono…

Con l’arrivo degli anni 90 si consolidò l’house music e l’uso dell’elettronica, dei computer, dei sequenzer e dei sintetizzatori.
Tutto il lavoro che feci in studio di registrazione in quegli anni mi insegnò ad amare le macchine e a sincronizzarmici. Anche allora la mia scelta fu quella di accogliere le nuove tecnologie, senza farmi spaventare o pensare - come alcuni fecero - che le Drum machines potessero rubare il posto ai batteristi. Non fu facile riuscire a interagire in maniera fluida con le macchine, ma quando ci riuscii si delineò il mio carattere musicale ed il mio stile espressivo.
I miei primi dischi dance, il rock, la new wave e l’elettronica rappresentano il mio background che tutt’ora influenza il mio gusto nelle produzioni. Le mie prime esperienze come Dj iniziarono nel night club di mio zio, dove mettevo musica con i dischi lasciati dal Dj che ci suonava di solito.

L’anno 2000 portò i Planet Funk, i rmx, le prime volte a Ibiza, le discoteche e i grandi festival… Nacquero le mie prime produzioni house su vinile, mi avvicinai alla techno, alla minimale e al clubbing e iniziai metter dischi nei piccoli locali che facevano after, ero un DJ ormai e di li a poco mi ritrovai a suonare nelle grandi discoteche.

Iniziò anche la mia residency al Rex e lì  nacque House’n’Roll. Questo party cominciò quasi per scherzo sentendo l’esigenza di ballare la musica che ci piace, come si farebbe a casa la domenica mattina, quando ci si alza senza dover rispettare un certo genere musicale… Venne fuori una serata di “libero” divertimento, dove gente dai gusti musicali  diversi balla insieme, ed è una delle cose più divertenti in città.


Oggi penso sia il tempo di fare un passo indietro per farne tre avanti. E’ finito il tempo delle star-Dj, dobbiamo ripartire dalla musica, dai piccoli club alternativi. E’ ora più che mai il momento di aprirsi alla comunicazione. Trovo esasperato tutto questo apparire che non ha radici: dj che indossano T-shirts con nomi di gruppi rock che non hanno mai ascoltato, tatuaggi e vestiti trasgressivi indossati da menti convenzionali e scontate. Penso che l’apparire in un determinato modo debba essere supportato da un pensiero allineato che abbia a che fare con la consapevolezza e con la volontà di comunicare  qualcosa di interiore, legato ai sentimenti, alla rabbia, all’amore, alla gioia, ai nostri tempi o a qualsiasi altra cosa che sia espressione personale del proprio mondo interiore e non sia solo moda ed emulazione di ciò che è stato…
Gli occhi sono ciechi se la mente non è aperta.